mercoledì 23 agosto 2017

The right way: NDW 100 race report.

Il modo giusto. 

Sono tre parole poi, semplici, chiare. Eppure ogni tanto viene difficile, fare le cose nel modo giusto. Perché è anche difficile a volte trovare un significato a queste tre parole. Fare le cose nel modo giusto, significa farle per bene? Farle rispettandone le regole? Farle con rispetto e devozione? O dando tutto te stesso? O tutto questo e molto altro? 

E poi ancora: che significa correre una 100 nel modo giusto, appunto, the right way? Non lo so neppure io, ora che sono qui su un molo di Umag, Istria, in una Domenica sera di inizio Aprile. Ma tra mille pensieri e rimorsi per un weekend andato non esattamente secondo piani e soprattutto desideri (ne ho scritto abbondantemente in questo blog), queste tre parole mi tornano in testa con una certa continuità: voglio tornare a correre una 100, e a correrla the right way. 

Nel posto giusto, di fisico e di testa, e sì, anche nel modo giusto. 

Da dove vengo... 

Lo ammetto: levarmi Istria dalla testa sarebbe stata dura, pur col favore della Primavera, delle giornate che si allungano e che si scaldano. Sarebbe stata dura da un punto di vista fisico, perchè comunque non inventi una Primavera di consistenza e solidità con la bolina di un Inverno inesistente da entrambi i punti di vista. 

E sarebbe stata dura pure a livello mentale, perchè Istria e quella notte fottuta sarebbero rimaste in ogni caso dietro le quinte, spettro non tanto di un DNF o dell´aver mollato nell´oscurità del bosco di Poklon, quanto dell´idea del non aver rispettato The Game, il Gioco, di averne tradito le regole, e di essermene così messo contro gli dei, che sono notoriamente capricciosi e piuttosto umorali. 

Così ho deciso di trasformare il fantasma di Istria in mio alleato, in mio punto di forza in un certo senso. Ho deciso che l´avrei fatto diventare una motivazione in più per guardare a quest´Estate con spirito nuovo, deciso e bello incazzato. Anzi, ho deciso che tutto quello che nell´Inverno mi aveva oscurato visione e determinazione, sarebbe diventato benzina per risalire, se non nella condizione fisica, certamente in quella mentale. Tutto nel modo giusto, the right way. 

E in più, quale miglior occasione per tornare alla startline di una 100, se non farlo in un evento Centurion, campagna inglese, in un bel weekend di inizio Agosto? Ebbene sì, ho deciso che il North Downs Way, proprio lui, sarebbe stato il terreno perfetto per completare il mio obbiettivo, il mio desiderio di tornare ad amare il Gioco e la sua meravigliosa crudeltà. 

Perché il North Downs Way e io ci conosciamo già. 

Ci siamo già "incontrati", diciamo così, nella Primavera del 2015, quando mi sono presentato al via di quella che allora era la mia seconda 50 miglia, la NDW50 appunto. 

Allora alla linea di partenza c´era pure una bel gruppetto di amici sbandati, ma vabeh, ne ho scritto appunto anche qui. Per farla breve: l´NDW mi diede una lezione memorabile. Furono 11 ore e 40 minuti di voglia di strapparsi le gambe a morsi da quanto erano dure e facevano male, di maledire ogni singolo scalino, ogni singolo cunetta in quei maledetti campi di patate che precedono Knockholt Pound. 

NDW non ha i panorami da levare il fiato di un SDW ad esempio. E´un sentiero di una malvagità rara, pieno di cambi di ritmo, scalinate, tratti di asfalto, campi di patate appunto e boschi dove tieni giù la testa e vai. Decisamente il posto giusto per cercare maledizione e redenzione. Eppure tornando un attimo alla NDW50,  non avevo mollato, e al traguardo ci ero arrivato comunque, con in più ad attendermi e a festeggiarmi (o a maledirmi per l´attesa) gli amici di cui sopra, tra cui il buon Cinghialone (ecco perchè sono affezionato a quella giornata in ogni caso: NDW 50 ad oggi è l´unica occasione in cui io e il Cinghio abbiamo condiviso una start line). 

Insomma pure con l´NDW c´erano conti in sospeso e allora perchè non tornarci, stavolta per la NDW100? Dulcis in fundo, quando mi trovo a guardare la entry list a Maggio, vedo che per puro caso avrei avuto il bib #232, di nuovo, proprio come a Istria. Coincidenza, o volere degli dei del Gioco, fatto sta che mi sono detto: ok NDW, game on. 

Ecco, adesso vi aspettereste il racconto di una Primavera da favola, di mega uscite, ultra lunghi in Schwarzwald e cose così. E invece...e invece appunto, non inventi nulla dall´oggi al domani. Quindi mi sono accontentato, per così dire, di quello che veniva ogni settimana. Ci sono state settimane buone, anzi buonine, nelle quali ho veleggiato intorno ai 50 km totali..., ed altre in cui non ho superato i 40, complice magari qualche influenzina nel weekend e qualche rimasuglio di scazzo post Inverno. 

Non ho mai realmente preso il ritmo da un punto di vista fisico, almeno fino ai primi di Luglio, quando finalmente ho potuto contare su un buon periodo di ferie. Lì improvvisamente è girato qualcosa, nella testa o nelle gambe non saprei, e piano piano ho cominciato a visualizzare NDW, a ricordarne alcuni tratti e a immaginarne altri. A vedermi, idealmente, nel giro di pista finale di Ashford. A vedere la giornata, il weekend, tutto. 

E a correre, di più e più spesso. 

Così ho infilato un bel mini training camp di una decina di giorni in Baviera dai miei suoceri, che mi è poi servito per avere una buona spinta nell´ultima settimana prima del tapering, quando sono perfino riuscito a scavallare quota 100 km complessivi. 

Sarebbe bastato da un punto di vista fisico per correre una 100, per lo più bene o comunque nel modo giusto? Magari no, ma almeno da un punto di vista mentale ho capito che mi sarei trovato in un posto migliore rispetto ad Aprile, anzi, decisamente nel posto giusto. 

Race week...

E così non me ne sono neanche accorto, che è già tempo di rifare i borsoni, preparare tutto, vestiario, cibo, e andare su, direzione The Island. 

Stavolta per di più anche con una bella novità: si viaggia in treno, via Parigi - Eurotunnel - Londra, e questa sì che è stata una bella notizia. Poter starsene seduti tranquilli, dormire, leggere, ascoltare musica o semplicemente guardare fuori da un finestrino, senza lo stress del guidarsi ogni volta 12 ore di notte, stavolta pure potenzialmente con il traffico di Agosto a Calais e Dover, è stato un bel fattore di tranquillità nella race week. 

Sono arrivato a Farnham molto più fresco e riposato rispetto agli altri viaggi inglesi (NDW100 sarebbe stata il mio quinto evento Centurion, dopo 2 SDW50, una NDW50 e una SDW100), e questo l´ho sentito benissimo al Venerdì, il giorno prima della gara. Mangi meglio, dormi meglio e insomma, sai che ti aspetta comunque un grande weekend sui sentieri. Sì, stavolta ci siamo. 

Race day...

Sveglia alle 4, e anche questa è una costante, ma non mi pesa. Finalmente è tempo di allacciarsi le scarpe, mettere il giusto nello zaino, allacciarsi anche il bib #232, andare la fuori e correre. Non importa quanto o quando, basta andare. Godersela stavolta, rispettarla, amarne ogni singolo miglio e vedere come va. Con quelle tre parole, anzi stavolta quattro, che tornano in testa. The fucking right way. 

Con Ari arriviamo alla St. Polycarps Primary School giusto in tempo per il race briefing di James Elson e del suo staff. Chiaro ed essenziale come sempre, ormai con la testa siamo tutti alla start line di Farnham, che poi è proprio l´inizio vero del North Downs Way. Ne seguiremo in pratica il percorso originale, abbandonandolo solo ad Ashford per chiudere le 100 miglia in programma, visto che il NDW tira per tutto il Kent fino giù a Dover, ed è lungo in totale circa 150 miglia. 

Passeggiata di gruppo fino al sentiero (che qui è ancora una stradina stretta e dissestata), faccio giusto attenzione a piazzarmi in fondo al gruppo, così da lasciare gli altri nella calca lì davanti e poter scambiare ancora qualche parola (e qualche foto) con Ari. Nell´aria c´è una bella vibrazione, questo sì che mi piace di ogni partenza per una ultra, figuriamoci per una 100: c´è voglia di andare, si è tutti positivi e tranquilli, ci si scambia qualche pacca e parola di incoraggiamento, non importa se si va poi  lì davanti a menare o se si è backpackers come il sottoscritto: si è tutti invitati allo stesso ballo, e questo senso di togetherness è una delle cose che mi piace di più del mondo ultra. 

Here we go...
Conto alla rovescia, VIA! 

Cavoli, sono (o siamo, con un paio di altri runner) veramente dead last. Meglio così, tanto comunque tra un chilometrino c´è il primo cancelletto, e lì ci sarà sicuramente un ingorgo micidiale. Detto fatto, e così si raggiunge in un attimo l´intero gruppone che aveva preso qualche centinaio di metri di vantaggio. 

Sul NDW non ci sono poi così tanti cancelli in effetti (non tanti quanto sul SDW ad esempio), ma i primi sono comunque quelli che servono a mettere tutti in fila e a spalmare il pack sul sentiero nel modo giusto (specie nei tratti di single track che sì, ci sono anche sul NDW). Sempre rispetto al SDW (lo so, sono noioso e ripetitivo, ma quella pista per me è una bellissima ossessione), si corre quindi meno in gruppone e più "solitari". Non avrei trovato per tutto il giorno grandi gruppi di runner, quanto piuttosto singoli bastardi senza gloria come il sottoscritto, ognuno nel proprio mondo e nella propria dimensione di confronto con questo mostro di sentiero. 

In più ho una motivazione ulteriore in questa prima parte: le premesse per la sbranata di NDW50 del 2015 le avevo appunto messe all´inizio, quando ero partito piuttosto "allegro", diciamo così, cuocendomi in una maniera indegna ancor prima di Box Hill, LA collina del NDW, primo vero benchmark sia nella 50 sia nella 100 miglia, anche se con una collocazione diversa nella globalità del percorso. 

Quindi, morale di tutto: decido di partire piano e di godermela comunque, e devo dire che la strategia sembra avere subito effetti positivi: sarà un po´perchè Agosto non è Aprile, e i colori e i paesaggi sembrano nuovi e bellissimi (e lo sono, a parte tutto), sarà perchè curiosamente sembra che stiamo beccando un anno fresco (NDW100 di solito si svolge in piena heat wave inglese), fatto sta che adesso me la sto veramente gustando. Ci sono dei tratti in mezzo ai campi di grano che sembrano davvero usciti dal pennello di uno bravo, e i passaggi nei paesi della campagna del Surrey ancora addormentati non sono poi così terribili. 

Sono così alla prima aid station, Puttenham: sono a posto come cibo e liquidi, ne approfitto solo per un paio di biscotti. Infatti, pur se sto adottando da subito la strategia di un gel ogni 45 minuti (lo stomaco oggi sembra aver accettato da subito di buttar giù merda di plastica al gusto frutta), voglio tenermi al riparo da possibili sorprese, quindi qualcosa di vero lo metto giù comunque già dall´inizio. Servirà più avanti magari, e poi i biscotti sono buoni comunque, quindi è ok. Nelle flasks ho acqua da una parte e sali dall´altra, e in più ho un handheld: che cavoli se è stata una grande idea, adesso che mi posso sparare acqua addosso ogni volta che mangio un gel (bagnarsi la testa e le braccia aiuta ad abbassare la temperatura e facilita la digestione), e più tardi quando...vabeh, lo scrivo dopo. 

Poco dopo Puttenham poi ecco l´incontro con qualche faccia amica: Mr. Joe Delaney che presidia un incrocio (ma lo troverò anche a Knockholt, intento a sminestrare saggezza irlandese a gente ormai bruciata) e il mitico Stuart March, forse uno dei migliori fotografi da corsa in Europa. Saluti e chest bump al volo, che c´è da correre una 100 qua, mica si sta a fare salotto (anche se fa sempre piacere riconoscersi nei vari anni, dopo tanti incontri e battaglie insieme su e giù per il Sussex). 

Che bello questo tratto comunque: le salite e le rampe sono ancora morbide e piacevoli, non fa caldo, la campagna è bella e pure il terreno è ok, anche se bisogna fare attenzione ai primi tratti in sabbia (caratteristica di questo settore), con l´iconica salita alla St. Martha´s Church. 

Da lì poi si tratta solo di raggiungere la Aid 2 in effetti, Newlands Corner, stando più che altro attenti a non fottersi le caviglie sui prati in contropendenza, tra buche di talpa e tracce di pascoli passati. 

Ora, Newlands non è di per se un qualcosa di speciale, se non che sai che da qui alla prossima Aid, gli stepping stones di Box Hill, ti aspetta un autentico tunnel di dieci miglia, nel bosco, in piano, senza curve o quasi. 

Insomma è il primo calcetto che ti da l´NDW. Pecorelle e mare? Roba da SDW, please. Qui abbassi la testa e meni, e come sottofondo di metto un po´di autostrada e traffico assortito. Due anni fa l´avevo patito questo tratto, eccome (anzi, era stato l´inizio del calvario), oggi appunto mi metto in modalità viaggio e vado. 

Passa anche abbastanza in fretta tutto sommato, o meglio così mi pare. Perchè a un certo punto arrivo a un cancello (un cancello vero, non quelli piccoli di legno) che credo segni l´inizio del tratto "della vigna" di cui tutti hanno terrore (perchè il vino fa schifo, così mi hanno detto). Almeno oggi capisco finalmente che due anni fa non avevo sbagliato strada, visto che dicono tutti che si passa "attraverso la vigna". Beh, non è vero. La vigna è tutta a destra, e se volete sapere come si sta a correre in mezzo a una vigna, basta venire dalle mie parti a farsi mangiare dai tafani. 

Ok, qui è una discesa, in asfalto, che di fatto ti fa scendere fino alla A24 (solo l´ultimo tratto è di nuovo in leggero sterrato). Comincio anche a prendere qualcuno che accusa un filo di stanchezza. Ci sta, siamo al miglio 25, la temperatura inizia a salire e la rumba vera sta per iniziare. 

Si costeggia così la A24, sempre trafficatissima, con un out and back marcato da un sottopassaggio che sega subito tutti gli entusiasmi paesaggistici accumulati prima. 

E tanto non ci scappiamo da lì. Aid numero tre, Box Hill stepping stones (perchè Box Hill è lì che ti aspetta, tu che hai appena ingurgitato tutta l´anguria disponibile alla Aid). Non è il mio caso stavolta, visto che il ricordo dello stomaco a borraccia della SDW è ancora fresco: troppo zucchero e troppo acido, no thanks. Una fettina, un biscotto, carico (quello sì) di liquidi nelle borracce, un bel respiro e andiamo a farci questi scalini. 

Le gambe sono ok, quello sì. Le sento a posto, non freschissime, ma comunque presenti e ancora morbide. Così inizio Box Hill, piano, fottutamente piano. Scalino per scalino, testa bassa, ogni tanto prendo fiato e rimetto la schiena dritta, perchè a star piegati troppo schiacci il respiro e vai subito in affanno. 

C´è chi sale con i bastoncini, c´è chi comincia già ad imprecare l´intero Walhalla, c´è pure un bambino che grida come un aquila alla madre più avanti, e che la smette quando si becca improvvisamente due parole secche in ligure misto inglese. Sei a Box Hill cazzo, cerca di fare fatica con amore e rispetto, e non rompere i coglioni a chi davanti ha 75 miglia di dannazione. 

Passa Box Hill. Wow, non ci credo per un attimo, è andata per davvero. Lo so perchè riconosco il panorama che si apre dal bosco, e vedo la gente e i walkers sui prati che applaudono i runners, qualche crew che aspetta ancora, tutto però ancora in questa grande insiemanza di voci e persone, che ti gasa, poco da fare. 

Altra doccia dall´handheld, sorso di sali dalla flasks, caccio un woop di esaltazione e mi butto di nuovo nel bosco in discesa. Tempo di ricominciare a correre.

E questo è pure un tratto tosto. Devi stare sul pezzo, perchè le 7 miglia da Box Hill alla aid di Reigate Hill (che si trova un miglio più o meno dopo lo scollinamento) è di quelli dove cominci a mettere una firma sulla tua gara. Devi gestirti, e soprattutto devi assorbire la scalinata di Box Hill, che ti resta comunque nelle gambe per un paio di miglia. 

Tratti di asfalto, boschi da navigare ad occhi aperti (il course marking by Centurion è sempre ok, ma devi capirlo e conoscerlo per utilizzarlo al meglio), rampe spacca gambe: barrare sì a tutte e tre. 

Soprattutto Reigate Hill. Immagina di farti una bella discesina nel bosco, e poi di girare secco a sinistra e di trovarti questo rampone allucinante in sterrato. Sembra un po´il salitone successivo alla Aid 1 di Istria, con curvone al mille % di pendenza incluso. Passettini, qualche zig zag e vediamo di arrivare in cima in modo decoroso (trovo pure un runner a bordo sentiero con occhi pallati e faccia viola, mi dice che sta solo cercando il kick perduto, magari con qualche zucchero al momento giusto). 

Io mi sento a posto tutto sommato, anzi ad un certo punto sono così perso nel ritmo del NDW che mi dimentico di prendere un gel. Metto a posto con qualche minuto di ritardo (al polso ho solo un normale cronometro, proprio per regolarmi con l´alimentazione: come al solito, in gara se posso evito GPS e altre cose che potrebbero solo distrarmi e riempirmi la testa di numeri inutili), però sul momento questa cosa mi diverte, mi fa star bene in un certo senso: ci sono cazzo, oggi ci sono. 

Reigate Hill dicevo. Eccoci in cima, un mezzo punta piede per evitare una radice, e finalmente il mitico tempietto, o qualcosa di simile. 

Ecco, c´è però un nuovo giocatore in campo: sta cominciando a piovere. E anche deciso. Non è proprio inatteso, perchè qualche tuonata la sentivamo già alle nostre spalle da almeno una decina di miglia. Ecco, però di solito la pioggia si muove, e se magari hai vento alle spalle non pensare che non ti raggiunga. Arriva arriva, e adesso è qui, proprio sulle nostre teste e proprio in questo tratto particolarmente aperto e panoramico. 

Tiro su i manicotti in tempo e metto la giacca antipioggia appena prima che venga giù l´universo. 

Beh, devo dire che neppure mi dispiace: rinfresca e risolve il problema dello stare freschi per un po´. Però certo, allo stesso tempo ne porta un altro, di problema: bisogna muoversi, perchè dallo stare freschi all´avere freddo il passo è breve, e anche come ci ha detto James, non è che quando fa fresco si deve bere e mangiare di meno, anzi: il corpo deve tenersi caldo, e anche con la testa ti stanchi di più, perchè hai da navigare adesso un sentiero dove devi ogni tanto trovare la traccia giusta, visto che l´acqua sta coprendo tutto, e il terreno solitamente compatto del NDW sta diventando fango. 

Niente di drammatico comunque (siamo pur sempre su una 100, sono cose che ci stanno, e comunque le temperature restano gestibili), continuo la mia marcia attraverso la aid di Reigate Hill verso la aid successiva, Caterham. Questo è uno dei tratti con più asfalto, diciamolo pure, più menosi in assoluto, e la pioggia almeno ti da quella distrazione giusta che fa passare tutto più in fretta. 

In più dall´Italia arriva qualche sms e qualche squillo di telefono: non sono da solo, gli amici mi seguono (e la mamma è impallata davanti al pc a controllare i passaggi e i tempi, che mi comunica appunto via sms: ma´, sono qua in prima persona, lo so a che ora sono passato da Box Hill...:)). A parte tutto, poche palle, e magari lo scrivo sempre e l´ho già scritto: il running sarà pure uno sport solitario, e lo è, ma avere chi ti segue, anche a distanza, anche con un pensiero, ti da una carica incredibile. You´ll never run alone, ma per davvero. 

Intanto la pioggia ci molla un attimo, e anzi torna il Sole. Così che mi trovo adesso nei grandi prati che costeggiano l´autostrada, nel tratto che precede Botley Hill, a levarmi di nuovo la giacca e a procedere di buon passo e con buon spirito. Supero anche una tizia che era pure lei a SDW100 nel 2016 (così dice la sua t-shirt di finisher): qualche commento sul come si sta e sul com´è, e vado avanti, che adesso ho voglia della aid di Botley Hill. Arrivo su bene, sul tavolino c´è il mondo: frutta, tramezzini e i soliti biscotti. Vado sul salato, un mini tramezzino con ham e formaggio, solito carico di liquidi, e via, che adesso è un round unico fino a Knockholt.

Quindi "through the woods", per citare la volontaria all´incrocio, e rampe secche per risalire la collina, che in cima ad aspettarci ci sono The Fields, i campi. 

Bella notizia: a Maggio sì che erano campi di patate, odiosi e incorribili, anche perchè te li trovavi  proprio alla fine della 50 miglia. Oggi invece sono più morbidi ed erbosi, e infatti ci sono mucche al pascolo. 

Che significa però anche: apri il cancello, chiudi il cancello, cammina. Testa bassa. Non guardarle. Niente movimenti strani. Silenzio assoluto. Raggiungi il prossimo cancello. Apri, chiudi. Ricomincia a correre. 

Uff, andata. Certo che sono abituate, certo che non ero il primo runner che vedevano. Però comunque a tonnellaggio sei sempre in netto svantaggio, quindi meglio non disturbare troppo e andare avanti, che il weekend è ancora lungo. 

Ed eccoci finalmente, Knockholt Pound, miglio 50 (piccola deviazione rispetto al percorso della 50 miglia, visto che nel secondo caso ci arrivi al miglio 53 e qualcosa). 

Sono passate 12 ore e 30 più o meno dalla partenza da Farnham. Entro alla aid, che certamente è la più popolata di tutta la gara. Mi faccio consegnare la mini drop bag, e vado di strategia collaudata: cambio calze, con pulizia dei piedi (che sono ok, anche se la pioggia li ha un po´ammorbiditi sotto) e altro giro di crema protettiva, sia sui piedi sia...altrove, visto che i pantaloni bagnati stanno cominciando a presentare un filo di chafing. 

Carico nuovo di gel e sali, e si riparte. Avrò passato 40 minuti nella aid, di solo "movimento" (mentre altri, come dicevo, avevano lo sguardo già bello perso nel vuoto, good old NDW), ma ci volevano. 

Fuori dalla aid la temperatura sta scendendo, e la luce pure. Le giornate sono più corte quassù, e mi sa che tra un´oretta sarà tempo di front lamp (visti anche i frequenti tratti di bosco nero e buio). 

Mi hanno detto: occhio, che queste dieci miglia (diciamo, da Knockholt fino a Wrotham e un po´oltre) sono veramente bastarde. Beh, è vero. 

Il passaggio nei suburbs è orrendo e sembra non finire mai, e poi ti arriva anche un bel rampone di uscita che ti sega gambe e morale. 

No way, aspetto questo momento da mesi: scende la sera e comincio ad andare di frontale, tempo di accettare e abbracciare il buio, che sarà comunque una notte lunga. 

In più, una bella notizia. Non ne ho scritto finora ma...a Wrotham mi aspetta il mio pacer. Che non può che essere lui, Luigi AKA Gigetto AKA Smoking Lu. 

Siamo una coppia collaudata già dalla notte del SDW, e in più il ragazzo è un conoscitore totale del NDW, oltre che un badass runner. E farsi una notte sui sentieri con un amico è il massimo che puoi chiedere, anche quando viaggi all´Inferno come in una 100. 

E così scendendo da una collina vedo lì una frontale che mi punta. Come al solito ci metto un po´a realizzare che è lui (che appunto, mi è venuto un attimo incontro), ma poi sono solo saluti e abbracci. Sì cazzo, ci voleva, dopo più di un anno che ci si è scritti solo via mail e messenger. 

Adesso si balla insieme, e la notte fa un po´meno paura. 

Andiamo anche benino (siamo intorno al 60esimo miglio), un po´proprio come l´anno scorso: sembra insomma che in questo momento di un hundo riesca a trovare sempre una buona tendenza, prima dell´arrivo della stanchezza notturna. Che infatti, puntualissima, arriva, qualche miglio dopo. 

Un po´i boschi continui e bui, un po´che siamo in ballo da quasi 20 ore, è così che mi ritrovo ad avere l´occhio che cala, proprio dal sonno. E quindi comincio anche a camminare di piú, che però mi addormenta ancora di più anche da un punto di vista fisico. Si corre poco sul NDW, in generale (non è un caso che abbia comunque una tendenza cronometrica più alta rispetto a SDW), e se entri per caso nella tua caverna di stanchezza e apatia, diventa lunga uscirne. 

Cosa c´è di buono se non altro: si parla e si chiacchiera con Lu, e le miglia passano abbastanza veloci. La Luna adesso è bella luminosa, e i campi illuminati hanno un loro perchè, anche se c´è da andare, perchè fa comunque fresco. 

E così anche per distrarci cominciamo a pensare al prossimo grande ostacolo psicologico del NDW. Il  ponte. 

Un terrificante mostro di cemento e acciaio che fa scavallare all´autostrada il Tamigi in una zona particolarmente aperta (di fatto siamo quasi al mare). Che buffo, vedendolo poi ho capito che ci sono pure passato spesso in auto per andare a Findon: è che se lo fai in auto, chissà come mai, ti passa più in fretta. 

Arriviamo così a questo mega ponte, che però...tutto sommato non è così brutto: sarà la notte, saranno le luci varie, sarà che l´autostrada è semi deserta, ma tutto sommato pure questa bestia ha un suo perchè. E´un rettilineo di un paio di km e niente più, e se giochi un po´con i lampioni, come facciamo noi, immaginando di correre un paio di lampioni e di camminarne un altro paio, ti passa in fretta. 

Aid di Bluebell Hill: è buio e fa freddo, e continuo ad avere una sensazione di sonno latente. E così arriva l´idea del secolo, ovviamente dal mio pacer che è sempre freschissimo e presentissimo. Facciamoci riempire le borracce (per me l´handheld che ho sempre dietro) direttamente con tea bollente. E ce lo portiamo in giro fino alla prossima aid. 

Idea fantastica e decisiva, se escludiamo che al primo getto di handheld mi sono ricordato del tea bollente...

Ripartiamo così dalla aid con lo spirito al massimo e belli rincuorati, e riusciamo ogni tanto a fare anche qualche passo di corsa. Il tea sta alzando di nuovo la temperatura, e in generale mi sto svegliando di nuovo. Anche perchè poi l´alba sta arrivando, da lì a qualche ora, e quindi presto anche fisicamente tornerò a sentirmi bene, per quanto ci si possa sentire bene al miglio 75 di un hundo. 

Corriamo (poco) e camminiamo (quasi sempre) fino alla aid di Detling, miglio 82. Altra aid al chiuso e particolarmente affollata. Altro giro di tea caldo (con sguardi perplessi dei puristi inglesi) e si continua, che adesso è dura. 

Infatti, il tratto Detling-Lenham (la aid del miglio 93), è assolutamente terrificante: scale, tante scale, sentierini stretti, rampe varie, asfalto, tutto insieme. L´NDW non te la fa facile, fino in fondo, e adesso tira fuori l´artiglieria pesante. In più, sono cotto marcio, poche storie. 

Niente tregua...
Ci sono immagini allucinanti (courtesy by Gigetto) di un tizio a testa bassa tutto ingiaccato e coperto che cammina (per modo di dire) in mezzo ai campi. Imbarazzante, però dai che non manca molto, cerchiamo di andare aid station per aid station e di pensare in piccolo, piccoli passi e a piccole dosi.

Finding something positive...

Arriviamo a Lenham che ormai è di nuovo giorno (per altro, in tutta la sua crudeltà l´NDW ci ha regalato un paio di scorci di alba davvero impagabili). 

Siamo anche riusciti a correre un po´prima della aid, facendo i coglioni e immaginando improbabili sprint tra Manu Farah e Luigi Kipkosgei, una roba indegna che ci regala sguardi perplessi dai runner che man mano superiamo, ma all´ennesima discesa di cemento misto gesso il morale va giù subito, di nuovo. Sei veramente al limite a questo gioco, ed è sempre impressionante come nel giro di pochissimi minuti tu possa sentirti al massimo e subito dopo nelle tenebre più oscure.  

Ecco appunto, adesso che siamo alla aid però c´è un problema: siamo a 26 ore e mezza, e mancano 10 miglia, più o meno. Se le camminiamo tutte, rischiamo con il cut off, non c´`è nulla da fare. E´che chi se la sente adesso di correre, visto che le gambe sono ufficialmente andate (vedi a fare gli scemi al miglio 90, che questo NDW non ti da una cazzo di tregua, fino in fondo). 

Così esco dalla aid, stavolta di power hiking cattivo. E´l´unica speranza per pensare di arrivare nelle 30 ore. Camminare molto decisi, e non fermarsi più. 

E in più, queste ultime 10 miglia sono veramente allucinanti: tutto asfalto o quasi, piatto o quasi, dritto o quasi. Ti ammazza nel morale, se non ne hai più.

E io in fondo mi sto proprio chiedendo questo adesso. Dopo 27 ore e passa, dopo aver trovato Sole e pioggia, dopo una notte intera sul sentiero, scale, asfalto e boschi, dopo tutto questo mi chiedo: ne ho ancora? Ho veramente dato tutto? Ho corso e sto correndo una 100 veramente the right way? 

Domande alle quali non riesco a dare risposta. Anzi sì, una risposta ci sarebbe. Correre, correre e non fermarsi più fino a quella cavolo di pista d´atletica al Rose Stadium di Ashford. 

Perchè va bene il correre nel modo giusto, va bene godersela e l´amore per il Gioco e tutto il resto ma...questa è una gara cavoli. E alla fine c´è un blow up arch marchiato Centurion che mi aspetta. E c´è pure una bellissima buckle di finisher, che quando hai del metallo nuovo ai pantaloni va sempre bene. 

No cavoli, it´s not over. E riprendo a correre. Deciso. Con Luigi non c´è neppure bisogno di parlarsi:
adesso andiamo a caccia, di tutto e tutti. 

Sto davanti io per di più, e adesso a ogni runner che incontriamo cerco di piazzare l´accelerata mentre lo supero. Sorry mate, looking good e good job, ma in guerra vale tutto, e quando ti passo devi capire che non mi vedrai più fino al traguardo. 

All´ultima aid di Dunn Street (miglio 99 e qualcosa, 4 miglia ad Ashford) neppure mi fermo, urlo solo il mio numero al tizio che prende i rilevamenti e le posizioni, e continuo. Sto entrando di nuovo in quella dimensione di assenza di sforzo, di completa immersione nella corsa, che avevo già provato alla fine della SDW. 

Non c´è fatica e non c´è dolore. C´è solo corsa, cattiva, forte, e pure ignorante. Luigi (che si era fermato brevemente alla aid) mi raggiunge di nuovo e continuiamo così, insieme. Ogni tanto si mette davanti lui per darmi ritmo, poi ancora io quando aumento. 

Riprendiamo l´asfalto a St Mary´s Church, stavolta definitivamente, fino al tartan del Rose Stadium. Stiamo andando forte, per davvero. 

Raggiungo e passo anche il buon Tim Lambert, con cui ci si scambia un high five al volo. 

Però queste vie di Ashford sono infinite, mi concedo solo un attimo di power hiking, e in cuor mio spero di non trovare più nessuno da andare a prendere. Come non detto, runners ahead, cazzo, e adesso manca meno di un miglio alla fine. 

Do tutto, mi viene quasi da vomitare, ma in compenso gli altri sono veramente quasi fermi, e così in 4 o 5 saltano ancora prima dell´entrata allo stadio. 

E´fatta? No, come non detto. C´è n´è ancora uno, proprio all´ingresso sulla pista (da quest´anno si va il giro completo, perchè un giro di pista alla fine di una 100 è sempre cosa buona e giusta...). Eh ma questo è troppo davanti, in più fa in tempo a girarsi e ad accorgersi che sto arrivando, e quindi inizia a correre come un pazzo pure lui. 

E così finisce in questo modo: due scemi che si inseguono come dannati lungo tutta la pista, con quei 10-15 metri che non riesco proprio a riprendere. Sull´home stretch, anche se per lo sprint è andata, non riesco a mollare del tutto: dai tutto, fino in fondo, fino al traguardo (anzi, un metro dopo, per citare il mio amico Bussino), e poi sii libero di svenire o di fare quel che ti pare. 

Taglio il traguardo così, in 28 ore, 20 minuti and change. 

Most desired blow up arch ever
Non svengo, anche se sono veramente finito, ma riesco ad abbracciare il buon Luigi, che ancora una volta è stato straordinario, e prendermi i complimenti di James, che come sempre è lì per tutti, sempre. "Great pacing" mi dice, e devo dire che sul momento è comunque una bella soddisfazione. 

Demolito...

E poi eccola lì, la buckle. La sognavo da 15 miglia, finalmente ce l´ho in mano. Il solito pataccone eh, ma sul momento sembra la cosa più bella che tu abbia mai ricevuto. Non capisco nulla, come al solito al traguardo di una ultra, e riesco solo ad andare verso la doccia, mentre Luigi mi aspetta fuori. Via le scarpe e le calze e...wow, piedi praticamente perfetti: anche stavolta la crema ha funzionato, insieme con la scelta di cambiare i calzini a metà. 

Il culo meno, il chafing ha picchiato duro nelle ultime 20 miglia, ma un po´di Fissan sistemerà tutto. 

In compenso, sono veramente vuoto. Dopo la doccia resto seduto sulla panchina di legno, testa bassa e mormorando cose incomprensibili, con solo l´asciugamano sulle gambe. Una roba indecente, lo so, ma in tutto questo mi sento finalmente sollevato. 

Sí, credo che stavolta abbia veramente dato tutto. Anche perchè poi ripensandoci, una 100 ti obbliga a dare tutto, comunque. Accetti tutto, appunto: il male alle gambe, il fiatone continuo e quel senso di nausea da fatica che non ti molla per almeno un´ora. That´s why we play, molto semplice. 

Finalmente mi ricompongo ed esco di nuovo all´aperto. C´è un bel Sole, si tifano i runner che stanno ancora arrivando, mi tiro giù due Sprite come acqua minerale, ben accompagnate dal classico panozzo con salsiccia e cipolle offerto da Centurion. 

Qualche parola ancora con Luigi, che però è di nuovo di partenza verso casa. E´stato mitico, il pacer perfetto, senza di lui sarei probabilmente ancora adesso in qualche bosco nel mezzo del Kent. 

Qualche abbraccio con gli amici Centurion (tra cui l´irrinunciabile Nici Griffin, che mi strappa già la promessa di venire un giorno a un Centurion event, ma stavolta da volontario), ed è tempo di andare al bus che ci riporterà a Farnham (dove mi aspetta Ari, che ovviamente non vedo l´ora di riabbracciare). 

Il viaggio passa in fretta, e in due ore scarse siamo di nuovo a Farnham e all´albergo. Anche questa è andata, ma...che weekend! 

Tento di addentare ancora qualcosa di thai prima di crollare definitivamente nel sonno, con i mondiali di atletica in sottofondo. E con la mia nuova belt buckle sul comodino. 

Il dopo...

E´che il difficile è venuto poi al Lunedì: fatto lo scemo per due giorni sul NDW, adesso è tempo di accompagnare Ari a vedere qualcosa di Londra. Bello il Tube eh, ma ogni scaletta era un´imprecazione silenziosa. 

No a parte tutto, è stata una bella giornata di turismo e passeggiata, perfetto come recupero attivo. Al giorno dopo stavo già abbastanza bene, e così ce ne siamo tornati piano piano a casa, di nuovo con il treno, stavolta pure con una pausa lunga a Parigi (occasione per dare un´occhiata a Notre Dame, visto che la linea metro per la Tour Eiffel era chiusa per lavori). 

Con le valigie piene di libri (non potevamo non fare un passo da Waterstone per svuotare un paio di scaffali) e soprattutto di bei ricordi, per se stessi e per noi due insieme. 

Ci vorrà del tempo, anche per immagazzinare questa NDW, e sarebbe stupido se adesso stessi qui a cercare il finale di tutto questo, o a raccontare quello che mi ha lasciato questa splendida gara. 

Una cosa però me la porto dietro. So di aver corso the right way, questo sì. So di aver dato tutto quello che avevo, stavolta. Ho dimostrato a me stesso, se non altro, che "so ancora correre" una ultra, poco importa se è una 100, anche se resta pur sempre la distanza per la quale ho una passione sanguinolenta. 

Quella cosa, that thing, c´è ancora. C´è sempre stata magari, solo dovevo "trovarla", di nuovo. Quella cosa che ti fa anche solo immaginare di metterti alla startline di una 100, di visualizzare un viaggio così, e di accettare tutto quello che viene. 

Di accettare la fatica, il male alle gambe, la notte, di accettare insomma The Game, di amarlo e rispettarlo. 

E di farlo nel modo giusto. 

See you next. 

Manu






lunedì 5 giugno 2017

Fear of the dark: my (DNF) Istria 100 race report.

Fear of the dark.

Paura. Un sacco di paura. Una paura fottuta in realtà. Di quello che sto facendo. Del perchè. Di dove mi trovo e di ciò che mi sta intorno. La notte sta calando, il fascio della frontale si allunga e si restringe al tempo stesso. Lo sguardo non spazia più intorno al sentiero, ma solo su di esso. Lí davanti, quattro o cinque metri al massimo, quanto può puntare la frontale accesa al massimo. 

Non sono neppure su questa salita. In lontananza vedo altre luci, altre frontali. Sembrano disegnare una pista immaginaria del crinale di questo bestione che ho davanti. 

Mi fermo un attimo, mi giro all´indietro, e ancora vedo altre frontali dietro di me. E´come se ognuno di noi seguisse l´altro nel buio. La notte è pure bella, abbastanza chiara e con uno di quei cieli stellati che ti fanno pensare che a qualcuno lassù sia scappata decisamente la mano. 

Eppure la notte addosso a me è nera, scura, di un nero cupo, infido, cattivo. E´un nero buio. Ecco di che cosa ho paura. Ho paura di questo nero, di questa notte. Ho paura del buio. 


Il prima. 

Raccontare tutto quanto accaduto prima di tutto questo non è facile, di sicuro. Non saprei neppure da dove partire. Dalla gloriosissima notte della SDW100 del Giugno scorso? O da una Domenica di maratona e pioggia ghiacciata a metà Ottobre nel bel mezzo dello Schwarzwald, o ancora da un pomeriggio qualsiasi dello scorso Inverno, trascorso un po´sul divano a guardare il soffitto, un po´a trascinarmi fuori e a ciucciarmi 4 o 5 chilometri camminando nella nebbia e nell´umidità. 

Mettiamola così, per chi non lo avesse già letto o per quei due lettori ai quali magari non ho avuto modo di raccontare tutta la storia. Ho fatto un Inverno schifoso. Ma non schifoso nel senso „ah, non mi sono allenato abbastanza“ o cose così. No, schifoso nel vero senso della parola. Il tempo ha fatto schifo, le giornate hanno fatto schifo, io mi sono fatto schifo. Come persona, come runner o presunto tale, insomma come tutto. 

Per tanti fattori: nuove routine quotidiane, nuovi impegni e obblighi, insomma le cose che ognuno di noi prima o poi affronta. E´che io all´inizio le ho affrontate male, da schifo appunto. E così col passare dei mesi ho perso focus, voglia, intensità, energia. 

E anche salute, visto che poi neppure trovarsi con un tubo nello stomaco nel mezzo di quello che avresti sognato come il tuo training camp per Istria è stato il massimo della vita. 

Quindi in tutto questo, la domanda sorgerebbe spontanea: ma perchè mi sono iscritto a Istria 100? 

Anche qui i motivi sarebbero tanti. Diciamo che di base secondo me è pur sempre bello e importante avere un obbiettivo da guardare, desiderare e costruire giorno dopo giorno. Anche nel momento più nero. Ti da focus, concentrazione, in un certo senso è un motivo per guardare allo schifo che hai intorno e dirti che magari ne vale pure la pena, che correre una 100 miglia è una cosa bella, bellissima e ti ripaga di ogni sforzo e impegno e casino vissuto.

E invece no. Correre una 100 miglia non è bello. Fa schifo. E´ un inferno. Un´umiliazione. E fa male, dentro e fuori. E se non hai scacciato quei demoni che hai dentro, quello schifo esterno, di sicuro non sarà una 100 miglia a salvarti, ad aiutarti a vincere chissà quali paure o ansie. Anzi, te le ingigantisce le paure e le ansie, e finisci per stare ancora peggio. 

Quindi sì, tornando al motivo per il quale mi sono iscritto a Istria: volevo qualcosa di bello a cui pensare, sul quale concentrarmi. Da preparare e di cui parlare. Vedere un posto nuovo, immaginare quel weekend come un sollievo e un´uscita dal buio dell´Inverno.

E invece appunto, nel buio ci sono finito dalla testa ai piedi. 


Il weekend di gara. 

Finalmente le ferie. O almeno delle piccolissime ferie. Una settimana o poco più, ma cavoli dopo sei mesi di apnea, era quello che ci voleva. 

E così trascorro un paio di giorni a riscoprire alcuni rituali che mi sembravano lontanissimi. Ti rasi, ti metti a posto. Prepari i borsoni, tiri giù la lista di tutto quello che ti viene in mente di portare. E mai come stavolta sarebbe servita l´artiglieria al completo, perchè non c´è quasi nulla di più incerto che il meteo a Istria a inizio Aprile. Puoi trovarci la neve, com´è poi stato qualche giorno dopo la gara, o il Sole a picco che ti brucia in testa, o la pioggia, o la bora che ti rompe la faccia. 

E così, caricato tutto in auto, con Ari si fa rotta verso l´Italia per poi piegare in direzione Slovenia e Croazia. Viaggio notturno ovviamente, con passaggio stavolta sul San Bernardino (Gottardo no grazie, comunque, e a quell´ora era pure chiuso). 

I chilometri passano anche veloci in effetti, anche perchè tutto sommato mi fa piacere essere di nuovo in viaggio, in un viaggio vero. Muovermi, puntare un´altra pagina di atlante. E poi passare di nuovo per il Belpaese, costeggiando le zone del bergamasco e intorno al Garda, che conosco benissimo per esserci passato in una vita precedente. Le uscite autostradali, i cartelli che indicano „Monte Baldo“, „Lessinia“, „Berici“. Ari dorme, il nastro fa rewind di una decina d´anni abbondante. Feelings. 

E poi finalmente vedo (si fa per dire) Trieste. Diciamo che la intravedo tra un tunnel e un cavalcavia dell´autostrada. E poi ancora i cartelli che diventano bilingue man mano che ci avviciniamo al confine con la Slovenia. Passaggio rapido in Slovenia e immediato ingresso in Croazia, in Istria. 

La notte ora è più scura e sta iniziando a piovere (tutto previsto e visto nei vari bollettini dei giorni precedenti, e dovrebbe essere così che questa pioggia che arriva adesso, di Giovedì mattina, sarà l´ultima che vedremo nella nostra permanenza istriana: e così sarà in effetti). 

Ore 6, o 5 e mezza del mattino. Finalmente arrivati all´albergo. Passeggiata sul lungomare, stavolta piovoso e bagnatissimo, puntata in una panetteria dove si parla un misto italiano-tedesco-croato-e chissà cosa, e si ritorna alla macchina per un paio d´ore di nanna e discorsi.

La mattinata passa poi tranquilla, tanto lo so cosa è importante oggi: andare al Race HQ nel palazzetto di Umag per prendere il numero e guardarsi un paio di stand. Tutto fatto alla perfezione e senza quasi nessuna perdita di tempo, e qui davvero faccio conoscenza per la prima volta con il livello di organizzazione messo giù da Alen a dal suo gruppo. Si „vede“ comunque una certa internazionalità dell´evento, che fa parte del baby UTWT, e al tempo stesso si può ancora respirare un´aria abbastanza familiare e semplice, come piace a me insomma. 

Ci sarebbe da stare di più, da vedere, conoscere, provare. E invece la giornata sta volgendo al termine, e cosa più importante, so che devo cercare di ottimizzare ogni ora di sonno possibile prima della partenza, fissata per le 16 del Venerdì (ma tra una cosa e un´altra bisogna essere pronti già intorno alle 13, visto anche il trasferimento in autobus verso Labin). 

La notte dormo anche abbastanza bene (sarà forse per il fatto di aver quasi saltato la notte precedente per il viaggio?). In realtà quindi ho fatto il contrario di quanto scritto nei manuali, che raccomandano sempre di dormire bene la penultima notte prima della gara più che l´ultima, visto che poi entrano in gioco adrenalina e ansie varie che comunque non conciliano il massimo con il sonno. 

Perchè parlo tanto del mio sonno? Perchè mi sa che stavolta questo piccolo „errore“ (più dovuto a scelte logistiche e di viaggio che altro) è stato il primo mattone per quanto accaduto poi in gara e per le sensazioni avute in generale per tutto il pomeriggio successivo. 

Perchè sì, in effetti alla partenza da Umag, sull´autobus, mentre tutti sono lì a salutarsi e abbracciarsi e a chiacchierare del più e del meno, e mentre Ari fuori aspetta che partiamo, lì sull´autobus dicevo, comincio a sentirmi stanco. 

Boh, forse è che non parlo con nessuno perchè non capisco una parola di quello che viene detto. Forse è che sto mangiando due barrette di una roba mai vista e provata prima (bravo Manu, sempre meglio), che non sono neppure malaccio, fatto sta che mi accorgo che come d´improvviso mi sta calando addosso una stanchezza forte, intensa e diversa al tempo stesso, mai provata prima. 

Stanco di essere lì? Stanco per non aver dormito abbastanza? Stanco di tutto quello che c´è stato prima? Stanco di questo cavolo di viaggio in pullman che sembra eterno (specie all´inizio, con il motore che fa le bizze e un paio di soste in autostrada)? Oppure stanco di quello che sta per arrivare? Tutto insieme probabilmente, fatto sta che no, c´è qualcosa che non va. 

Lì a Labin poi è tutto bello. C´è un bel Sole, me ne sto sulla scalinata della piazza insieme agli altri, riesco pure a salutare il mitico @Ico. Un paio di bei messaggi di Ari, ancora un´occhiata al cellulare nella „speranza“ di ricevere ancora un parola, un incitamento di qualche amico, quel consiglio giusto. Nulla, tutto silenzioso. 

Così mi rassegno, finisco la barretta sconosciuta e qualche sorso di Isomax (la metà abbondante „esplosa“ nella start bag con tanto di felpa inondata di un bel liquido salino appiccicoso), e cerco di isolarmi un attimo. Isolarmi dalla musica, dal vociare continuo dei runner intorno a me, dalla voce dello speaker che pompa dalle casse appena dietro di me. 

E´una festa, eccome se lo è, ma io mi sento sempre più stanco, sempre più „solo“ in mezzo a tutto questo. 

Mi alzo un attimo, mancheranno 5 minuti o poco più alla partenza, vediamo di improvvisare qualche esercizio di riscaldamento. Magari la stanchezza va via, magari entra la modalità da battaglia. Magari è solo un po´di ansia da pre gara dai, e magari appena questo qua avrà finito di elencare nomi di autorità cittadine, sponsor e top runner, e finalmente darà il via a questa fottutissima 100 miglia, tutto sparirà e sarà piú leggero, e avrà finalmente inizio il viaggio. 

Tre, due, uno. VIA. Via, finalmente! 

E stop subito, ovvio. Perchè l´abitudine di partire in fondo al gruppo non l´ho ancora persa, anzi. E questo significa ingorgo subito mentre si attraversa il borgo vecchio di Labin. Che tra l´altro è davvero grazioso, come tutti questi paesini appollaiati sulle colline in questa zona dell´Istria. Ecco, di sicuro la cornice di paesaggio e di natura merita di sicuro, che ci si venga per spaccarsi su un sentiero o anche solo per fare un bel giro turistico e gastronomico. 

Ecco, io però adesso rientro nella prima categoria di scelta. Sono qui per correre 100 (106 vah) miglia: lunghe, toste e del tutto sconosciute (bella differenza rispetto al giardino di casa del SDW). 

Usciti da Labin si va così subito in una bella discesa in mezzo al bosco, e mi trovo subito „tappato“ dietro una coppia che parla, parla, parla. Parlano di tutto: di scarpe, terreno, animali, Reunion e Tor, e parlano forte, specie lui. 

Che fastidio, penso. Questi me li devo levare subito di mezzo, le voci mi stancano, mi levano ancora più dalla mia dimensione che già è precaria che di più non si può. E poi lei ha sti cavolo di bastoncini puntati all´indietro che neppure la Vonn ed ogni passo rischio di essere infilzato, e lui ha un accento insopportabile. 

Così li supero su sto cavolo di sentierino in discesa, e commetto un altro errore fondamentale, o meglio riconosco un altro errore, che poi commetterò ancora nelle ore successive: non ho pazienza. Perchè poi il sentierino si apre più sotto in uno stradone larghissimo che costeggia il mare. Voglio dire, ci sarebbe stato tutto il tempo per superare qualcuno, no? E invece no, questa stanchezza mi sta portando fretta, fretta di andare non so dove. Alla prima aid station? Alla grande aid station (e spartiacque tecnico del percorso) di Buzet? O fretta di arrivare al traguardo e rivedere Ari? O forse è solo fretta di fare il prossimo passo, di accorciare questa follia. 

Vabeh, intanto godiamoci il mare vah. Dovremmo essere adesso sul lungomare di Rabac, almeno questo dice la cartina gps che sto spulciando mentre butto giù queste righe. Il mare è sempre bello  comunque. Ti da qualcosa da guardare, da immaginare e nel mio caso pure da annusare e ricordare. 

Delle simpatiche vecchiette fanno la „ola“ al passaggio di ogni concorrente. Poi ovviamente si fermano a chiacchierare con quello che passa prima di me, e così quando passo io neppure mi degnano di un´attenzione. E così le simpatiche vecchiette diventano subito vecchie stronze. 

Però non è neppure male questo terreno così rollante adesso, riesco a corricchiare anche quando c´è un accenno di salita, dai che magari è tutta così, potrei abituarmici…

…e invece no. BANG, svolta a sinistra e rampa decisa per uscire da paese. Era prevedibile dai. Questa Istria 100 ha pur sempre 7000 metri di dislivello, da qualche parte bisogna pure cominciare, giusto?

Entriamo quindi in questa pineta o bosco che sia, e subito ricevo un´altra „brutta sorpresa“: il terreno cazzo, il terreno è una roba inimmaginabile. Ok, stiamo pur sempre correndo un ultratrail. Trail, sentiero. Qindi poco asfalto, quindi quel po´di wild che va bene comunque. 

Ecco, peccato che io il wild lo avessi immaginato e capito per più avanti, e che almeno queste prime 15-20 miglia me le sarei pensate belle morbide, ondulate, corribili insomma, qualunque cosa voglia dire. 

Col cavolo: il pendio sarà anche non troppo ripido, ma il terreno appunto è un misto di pietroni, sabbia, ghiaia e asfalto rotto, e ogni passo diventa comunque impegnativo, meditato. E´difficile prenderci il ritmo su questo tappeto, figuriamoci correrlo bene (specie se non ti chiami D-Bo o non sei uno di quei mostri lì davanti). 

Altro errore quindi: conosci il terreno, sempre. Magari non puoi correrci sopra ogni giorno, ma almeno informati, leggi, impara. Altrimenti ti trovi comunque in un attimo di spaesamento generale. E ti va via altra energia, altra concentrazione, altra voglia. 

Penso di nuovo ai pomeriggi di divano, o all´avanti e indietro sulla mia collina in mezzo alle vigne, quando mi dicevo „ma sì dai, le gambe non ci saranno, ma almeno c´è la testa. Dai che andrà bene, e poi che vuoi che sia questo carso, bastano due vasche in mezzo alle vigne no?“. 

Col carso che bastano. Istria sta cambiando faccia, decisamente. O meglio sta mostrando la sua faccia, quella vera e non turistica. E il Gioco pure mi sta mostrando la sua faccia. E io sono qui, a non voler neppure guardare la mia di faccia. A non riconoscermi. Stanco, senza pazienza e senza neppure aver fatto i compiti a casa. A non amare quello che sto facendo. A non amare il Gioco. Di male in peggio insomma. 

In qualche modo scollino la prima salita di giornata. Un vento della madonna in cima (strano…) e discesa fatta sulle uova nel tentativo di salvare il salvabile tra quads e ginocchia, visto quello che ho visto, che vedo e che so che vedrò nelle prossime ore. 

Guardo l´orologio e faccio un breve calcolo di distanza, credo che tra un po´dovremmo arrivare alla prima aid. Mi sono anche un filo calmato e la fretta sembra almeno essersi allontanata per un po´. Ora sto cominciando a correre un po´di più „la mia gara“. Supero sempre gente, ma stavolta cerco di godermela un attimo di più. Apparenza, col senno di poi, ma in quel momento comunque mi sono sentito bene e abbastanza centrato. 

Altra rasoiata per arrivare a questa benedetta aid, Plomin credo che si chiama, intorno al miglio 11. 

Tutti gentilissimi ovviamente, c´è il giusto. Tea caldo, acqua, coca e frutta, e credo anche qualche biscotto. Sono in ballo da due ore e mezza più o meno, neppure malissimo mi dico. Dai che magari se si va di aid station in aid station, in qualche modo la si porta a casa. 

Il pomeriggio intanto sta tramontando piano piano. Non di un tramonto deciso, bensì di uno di quei tramonti di inizio Primavera che sembrano non finire mai. L´aria è fresca, ora vedo meno gente intorno a me e il bosco sembra man mano chiudersi sopra di noi, farsi più fitto. 

Stiamo salendo decisi adesso in altitudine, i pini e la vegetazione marittima stanno lasciando spazio a roba più di montagna. Rocce e sentierini single track abbastanza selvaggi, qui c´è da camminare in fila. Toh, un bel gruppetto di italiani con donna che chiacchiera e dice cose belle e simpatiche, quasi quasi mi accodo e mi faccio tirare un po´. E invece no. Toh, la fretta, ancora lei. Via cazzo, fatemi fare il mio passo. E tu stai un po´zitta e vai. 

Incredibile come possano cambiare prospettive, punti di vista e visione nello spazio anche di pochissimi minuti. Ecco uno dei motivi per i quali questo Gioco è malvagio: ti svolta e rivolta come un guanto come piace a lui, e tu accetti, stai zitto e fai fatica, continui a far fatica, sempre più fatica. Fisica e di testa, tutto insieme. Un frullatore mentale e fisico lasciato acceso in continuazione. 

Altro scollinamento, in cima in mezzo al nulla due tizi con un fuoco acceso. E se mi fermassi 30 secondi a resettare, a respirare un attimo? A chiacchierare con questa donna che dice cose belle e simpatiche? 

No, non c´è tempo (ma di cosa?). Sta venendo buio adesso, sul serio. Metto la frontale. E subito mi accorgo di una cosa. Cavoli, questa è una bella frontale, anche più forte della fidatissima Silva usata a SDW (che comunque ho dietro come riserva). Da me nelle serate tardo invernali mi ha sempre illuminato il Weg quasi a giorno, mi ci sono sempre sentito a posto e in controllo fino ad ora. 

Qui è micidiale. Qui illumina appena il sentiero intorno e davanti a me. E non sono le batterie. E neppure la mia stanchezza, che pure c´è ed anzi sta aumentando con una curva sempre più ripida. 

Qui la notte è buia. Di un buio mai visto prima. Nera. In questo bosco chissà dove in un posto mai visto, mi sento per la prima volta veramente nel buio. E come ho scritto prima, mi accorgo di avere paura. 

La paura è una sensazione strana. E´anzitutto una sensazione del tutto naturale, nella vita di tutti i giorni. La paura ci aiuta a essere prudenti nelle cose, rispettosi di noi stessi e di chi ci sta intorno. La devi abbracciare la paura, così come la fatica. Non c´è niente di male ad aver paura. Aver paura del buio? Ancor più naturale. Tutti abbiamo paura del buio, da quando siamo bambini. Agli ultrarunner piace correre di notte nei boschi? Stronzate. Gli ultrarunner hanno una pura fottuta dei boschi di notte, è che ci corrono perchè la vogliono accettare questa paura, interiorizzare, abbracciare appunto. 

Il problema qual´è: è che se però tu sei schiacciato in quel momento da stanchezza, mancanza di energie e desiderio, fretta, ansia, allora cominci a rifiutare la paura. Ad „avere paura della paura“. Ad avere paura di scoprirti debole, piccolo di una dimensione infinitesimale, inutile di fronte alla grandezza di quello che ti sta intorno, che siano le placide colline del Sussex, i boschi scuri e altissimi dello Schwarzwald o la Wildnis cattiva del carso istriano. 

Ho paura del buio cazzo, e diciamo che non si tratta proprio della condizione mentale ideale per mettersi a tavola con una notte come questa. 

Finalmente almeno finisce il bosco e adesso si procede su una bella cresta rocciosa ma abbastanza aperta. Siamo un gruppetto, incrocio di linguaggi e gesti. C´è un super atletone, un paio di tizi che bestemmiano in chissà quale lingua e una tizia che va come un carroarmato quando sta bene e che spara preghiere in chissà quale lingua quando è in crisi. 

Seconda aid station. Oddio aid station. Una tenda con due giganti croati volontari. Non c´è acqua, quella la portano più tardi. E quella cos´è, chiedo, indicando una bottiglia con liquido trasparente. Ah, „inserire definizione di alcool puro con polvere da sparo in croato“, ne vuoi un po´mi chiedono. 

No grazie. Bene l´ ospitalità e la generosità dei volontari è, ma l´ultima cosa che voglio adesso è andare in trip alcoolico su questa cavolo di cresta, che finirei per abbandonarmi a qualche colonna di sassi e pascolo in mezzo al nulla. O magari vorrei proprio questo, almeno finirebbe tutto, e se ne andrebbe via pure la paura del buio. 

E poi c´è un piccolissimo particolare in effetti. Non sto mangiando nulla, dalla partenza. A parte proprio uno o due spicchi d´arancia lì a Plomin, l´ultima volta che ho masticato qualcosa è stato proprio sulla piazza di Labin. Dietro ho gel, barrette e cucuzzaro salino assortito. Non ho mai, neanche per un istante, avuto voglia di tirar giù un gel. Niente. 

Altro errore quindi: non aver allenato, oltre alla distanza, al terreno e al dislivello, la strategia alimentare. Quella che a SDW, con tutte le mancanze e le cose da migliorare del caso, mi aveva portato fino al traguardo. Oggi lo stomaco sta dicendo no, da subito, e la testa pure. Sarà che quella stanchezza generale mi si sta insinuando dentro, chiudendomi la fame e il desiderio di mangiare, fatto sta che sento che la benzina sta finendo, proprio quando si avvicinano le ore notturne più critiche. 

Ora per altro non sto neppure andando malissimo. Me la godo perfino. Si alza un filo di vento, giacca subito e si continua. Entro in un altro boschetto, vedo qualche luce di un mini paesello. 

Ma è una gioia che dura pochissimo. 

Alzo gli occhi dal paesello in direzione montagna, e vedo luci frontali. Poi alzo ancora gli occhi, e vedo altre luci frontali. Arrivo ad alzare così tanto lo sguardo da non distinguere più stelle e luci frontali. E poi una luce rossa, ben visibile, che sembra un pianeta incastonato nel firmamento. 

E invece no. Le stelle sono luci frontali. La luce rossa è quella di una mega antenna. Fuck, è lei. Ucka, in tutta la sua imponenza, solcata da una marcia di runner che non sai se è di sofferenza, espiazione, redenzione o tutto insieme. 

Non ditemi che ve la state godendo. Qui non c´è un cazzo da godere. Ucka non la godi. Ucka la soffri, la maledici, la preghi di lasciarti intero fino in cima e di farti passare. Ucka può spazzarti via. Fisicamente e mentalmente.

Probabilmente sì, se gli Dei del Gioco avessero una casa, non sarebbe il placido Bianco e neppure il mio amatissimo Cervino. Sarebbe probabilmente questo gigantesco sasso che domina il golfo con Rijeka in lontananza, che sembra arrapicarsi lassù e non finire mai. 

Terre irredente le chiamava qualcuno. Qui di irredento in realtà ci siamo solo noi, le nostre esistenze inutili ed effimere, le nostre rinunce e i nostri fallimenti. 

La montagna sa tutto, sempre, prima durante e dopo. La montagna non perdona. La montagna non mente. 

Mi si chiude il respiro ad ogni passo, ma quando arriva questa cima. Che forse poi di là ci dovrebbe essere una aid station da qualche parte.

MI fa male tutto. Gambe certo, ma pure mani e braccia, a tenere e usare questi bastoncini a cui non sono abituato (ma che fortuna ad averli avuti, consigliatissimi in ogni caso). 

Oh finalmente la cima, non ne posso più adesso, Ucka mi ha asciugato del tutto. Sono intero per fortuna, ma sono completamente finito. 

MI infilo nel bosco in discesa. Un bosco di nuovo scuro e nero, che copre tutto. Mi fermo ad ogni dieci passi cercando di trovare la mia impronta, il mio passo, il mio ritmo. Per fare un check generale: stomaco vuoto, quadricipiti andati, piedi che urlano, respiro che non va e occhi che si chiudono. Bene ma non benissimo insomma. 

Tutto questo appena interrotto da qualche „good job“ detto col poco fiato che ho a ogni runner che adesso mi supera in questo bosco. Cavoli c´è gente che scende giù come se fosse appena partita. Coordinata, balzi decisi e veloci, sembrano galleggiare. E io qui invece ad affondare nel buio, da solo. Da solo come mai mi ero sentito prima.

Cosa potrebbe salvarmi dall´affondamento totale? Ma certo, le voci delle sirene. Un posto felice, magico. Un´oasi. Dove dimenticare tutto, buttarsi comodi. Bevande calde, cibo, sorrisi, parole. Insomma, la terza aid station („il terzo ristoro“ penso in quel momento). 

Prima la immagino, la desidero, la penso. Poi la sento. Musica e voci in lontananza. E poi ecco che la intravedo tra gli alberi. Che meraviglia. Luci colorate appese agli alberi, tendoni giganti, musica a palla. „Ehi, se c´è un posto giusto per ritirarsi è questo, che dici?“. Chi ha parlato mi chiedo, ma lo so benissimo. 

E´la testa. O meglio, quella vocina dentro alla testa. La stessa che prima di Washington al SDW mi diceva „cazzo ti vuoi ritirare qui stronzo, che è più facile andare fino a Eastbourne“. 

Perchè non mi dice lo stesso adesso? Perchè non mi dice „ehi dai, bevi qualcosa un attimo, prendi fiato, fatti coccolare da queste simpatiche volontarie tutte sorriso e Red Bull, e poi vai che prima o poi ´sta notte finisce“? 

Ma soprattutto, perchè non c´è nessuno adesso, in questa aid station, che mi metta a posto per davvero? Una voce amica, un sms, qualcosa. Fanculo alle signorine Red Bull, fanculo al volontario che mi dice „dai, c´è un bel rifugio qui, è già pieno di runners ritirati, entraci un attimo, bevi un tea caldo“. No, non ho bisogno di questo adesso. Ho bisogno di un calcio in culo, forte, deciso. Svegliatemi, mandatemi la fuori e ditemi che è ok. E´ok essere stanchi se non hai dormito, è ok avere fame se non hai mangiato, è ok aver paura del buio in questo inferno. 

E invece nulla. Il volontario in perfetto italiano mi spiega che non c´è problema se voglio ritirarmi, devo solo comunicarlo alla signorina col quaderno. Non c´è problema per il rifugio, dentro fa calduccio e ci si conforta a vicenda con gli altri. Un signore, il custode del rifugio, senza parlare e senza voler niente mi da un bicchierone di tea che mi sembra il tea più buono del mondo. E così comunico il mio DNF alla signorina con il quaderno. E lei senza troppa pietà tira una bella riga sul mio nome e numero. Tutto finito. Una riga a penna, e tre lettere micidiali che rimbombano in testa. DNF, Did Not Finish. Poi sì ti diranno pure che DNF vuol dire Did Nothing Fatal  o cose così, ma la verità è una sola. Non hai finito, punto. Senza drammi o sofferenze, ma non hai finito. Magari nel mio caso sarebbe più un „Did Not Focused“ o una cosa così, visto tutto quanto scritto e provato, fatto sta che stavolta non ci sarà una bella medaglia di finisher ad aspettarmi sotto il cuscinone dell´arrivo, e che gli unici cuscini che mi aspettano sono quelli dell´albergo, nel quale però contavo di dormire la notte dopo. 

In neanche poi un´oretta arriva pure il furgone che ci porterà indietro a Umag via Buzet (ah, nota a mergine: non ritiratevi a Istria 100. Non conviene. Il viaggio da Poklon  - questo il nome della aid 3 in effetti -  a Umag, con furgone sgangherato su strada tutta curve in discesa, e´diciamo una di quelle esperienze che vuoi fare una volta, e basta). 

Arriviamo comunque a Umag a notte tardissima, quasi l´alba. Fa freddo, siamo tutti stanchi e fulminati, qualche saluto ancora e riesco perfino a farmi dare un passaggio da un runner verso l´albergo, che almeno mi risparmio la marcia dei quitters con drop bag e zaino a tracolla. 

Ari è sveglia più o meno, riesco a infilarmi in doccia e poi dritto sotto le coperte. 

Non ne posso più, di questa corsa, di questa notte, di me stesso, di tutto. 

Il dopo. 

La Domenica poi è passata tutto sommato bene. Con Ari abbiamo fatto due passi ancora sul lungomare, siamo riusciti a vedere l´arrivo del secondo e del terzo, a mangiare cevapcici (che nella mia visione dovevano essere la mia post race indulgence) e a comprare qualche prodotto tipico della zona dalle bancarelle del paese. 

Al Lunedì poi abbiamo fatto nuovamente rotta verso casa. 

Sono passati ad oggi circa due mesi da quel weekend. Ce ne ho messo di tempo in effetti per mettere giù questa cosa, racconto o report o qualunque cosa sia. 

Mi sono chiesto spesso se ne valesse la pena. Se ne avessi voglia. Se sarebbe fregato qualcosa a qualcuno di tutto. 

Ma soprattutto mi sono chiesto come sarebbe stato tornare su quei momenti, su quelle giornate, su quell´esperienza, su quel sentiero e su quella notte. Il che rende questi report ancora più inutili, in una società e in un mondo di attualità, cronaca, contemporaneità. 

Poi stamattina, indovinate un po´, facendo avanti e indietro sulla mia collina, ho pensato che magari era venuto il momento di riavvolgere il nastro. Di tornare in quella dimensione, stavolta magari con un punto di vista esterno, più distaccato, avvolto del balsamo del tempo che allevia tutto o quasi. 

Perchè certe „ferite“ che hai dentro comunque ti restano. Le mie ferite, le mie cicatrici di questa Istria sono appunto un senso di incompletezza, di incompiuto. E di tradimento. Di tradimento del Gioco, delle sue regole scritte e non. Di tradimento di me stesso e del modo che ho di vedere la corsa, di quello che la corsa stessa comunque mi ha dato. Un senso generale di non aver fatto le cose „the right way“ per dirla con coach Brown. 

Ho tradito la fatica, che invece ho abbracciato tante volte, ricambiato. Ho lasciato che il buio di quella notte mi rendesse scuri anche i pensieri, e ho lasciato che la tentazione di un ritiro facile avesse il sopravvento sul sentimento di accettazione, forte, positiva, che devi comunque avere quando ti presenti al via di una 100. 

Perchè una 100 la devi amare, desiderare. La devi rispettare, ne devi anche avere paura, certo. Ma devi poterla fare tua, lasciarti portare da lei. Aspettarla, con pazienza e senza fretta. 

E viverla, un miglio alla volta. 

Cosa farò in futuro: qualche idea c´è, di sicuro. Quello che posso dire è che non ho rinunciato a correre una 100, di nuovo, the right way. Come, dove e quando, si vedrà. 

Nel frattempo esco a correre. 

Come sempre, on trail.

Manu